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Non riesco a dimagrire! Scopri 6 motivi per cui non riesci a perdere peso...

Pubblicato : 12/03/2019 15:04:14
Categorie : Alimentazione & Benessere

“Non riesco proprio a dimagrire... Faccio tanti sacrifici, ma non calo di un etto!... Le diete con me non funzionano...” 

Hai mai pronunciato, o magari anche solo pensato, frasi come queste? Ti sei mai lasciato andare a commenti sconsolati su quanto siano inutili i tuoi sforzi per riacquistare una linea apprezzabile? Se la risposta è affermativa, con ogni probabilità appartieni anche tu alla schiera delle “brucia-diete”, quella vasta categoria di persone in crisi per problemi di sovrappeso, che provano innumerevoli regimi alimentari e che passano da uno studio dietologico all'altro, senza ottenere il ben che minimo beneficio. Si dicono depresse per i continui fallimenti e per la mortificazione di avere inutilmente riposto la loro fiducia in chi non la merita. In realtà, dovrebbero prendersela solo ed esclusivamente con se stesse, per la loro incapacità di portare avanti il loro impegno senza “barare” e raccontarsi bugie.

Perché una persona che soffre per i chili in eccesso (chili che la fanno sentire brutta), dovrebbe comportarsi in questo modo, cioè intraprendere una dieta per poi trasgredire? Che senso ha un atteggiamento di questo genere, così contraddittorio e, senza dubbio, autolesionistico? Queste sono le domande che dovrebbe porsi chi vuole uscire dal circolo vizioso. Le motivazioni che portano a vanificare il lavoro del dietologo possono essere molteplici. Passiamo in rassegna le più frequenti.

1. I “VANTAGGI” DEL SOVRAPPESO

Essere grassi senza dubbio è sgradevole e costituisce un rischio per la salute. Eppure, questa condizione di anormalità ha anche i suoi vantaggi. Soprattutto quello di attribuire a tale inestetismo la colpa dei propri fallimenti affettivi. Una persona che non si sente accettata perché “diversa” in quanto grassa può sempre sperare che, una volta tornata in linea, la sua situazione relazionale possa cambiare; ma il dubbio che questo non avvenga è sempre in agguato... Se la dieta avrà successo quella persona dovrà dimostrare, a se stessa e agli altri, che i suoi problemi di rapporto e di inserimento sociale erano causati solo da un'immagine fisica alterata. Da qui la paura del cambiamento e l'inconsapevole rifiuto di seguire fedelmente il regime alimentare.

2. Il piacere della sfida

Altro fattore importante: chi non dimagrisce nonostante metta tutto l'impegno possibile è, di solito, una persona che si auto definisce “impossibile da aiutare”. Crede che il suo sia un caso disperato e che nessun esperto, neanche il più quotato, sia in grado di risolverlo. Questa consapevolezza, però, diventa gratificante perché la fa sentire un individuo speciale, unico, proprio in quanto “inguaribile”. Per mantenere questa sua caratteristica deve necessariamente squalificare sia la dieta che segue (male) sia l'operato del dietologo, per poi poter dire: “Visto? Non c'è niente da fare, nessuno è all'altezza della situazione...Sono destinata a rimanere così, brutta e grassa...”.

3. LA PAURA DEL CAMBIAMENTO D'IMMAGINE

Ecco un'altra buona scusa per rifiutare inconsciamente l'aiuto esterno: per un soggetto in sovrappeso dimagrire, e quindi rientrare nella norma, significa perdere l'attenzione che gli altri gli prestano quotidianamente: significa, cioè, la fine degli atteggiamenti protettivi e delle dimostrazioni di simpatia e solidarietà che parenti e amici riservano, si solito, a chi ha un problema di questo genere. Ancora una volta, senza rendersene conto, la persona è disposta a barattare il proprio benessere con un po' di affetto e di comprensione. Risultato: anche in questo caso non c'è dieta che possa funzionare.

4. Il cibo come ansiolitico

Mangiare, normalmente, è piacevole e rassicurante per tutti. Per una persona ansiosa, però, rappresenta, una fonte di gratificazione inesauribile. Sul cibo, l'insicuro proietta inconsciamente tutti i suoi desideri, tutti i suoi bisogni affettivi: masticando da sfogo alla propria aggressività, ingoiando “mette dentro” e riempie un vuoto (noia, senso di solitudine, sensi di colpa, ecc.), ingrassando aumenta di peso per cui si sente più “consistente”, e placa così le sue ansie. Per questo aspetto antidepressivo dell'atto di mangiare, e dei suoi effetti sul corpo, il rapporto con la dieta è estremamente conflittuale: la persona soffre troppo nel sottoporsi a un regime restrittivo, che le vieta un piacere così grande. Ecco perché, inconsciamente, trasgredisce.

5. Bassa autostima

Alla base di questo atteggiamento mentale c'è una personalità segnata da insicurezza e sfiducia in se stessa. La “brucia-diete” ha talmente poca autostima e un così grande bisogno di sentirsi importante per qualcuno, da preferire il mantenimento di una situazione problematica a una mediocre normalità. Ha imparato a identificarsi nell'immagine che offre al mondo, e per lei è difficile affrontare il cambiamento; significherebbe sperimentare un nuovo modo di interagire con gli altri.

4. PAURA DEI SACRIFICI E DELLA SOLITUDINE

Chi segue un regime alimentare, di solito, deve guardarsi da un nemico sempre in agguato e pronto ad incitare alla trasgressione: l'ambiente costituito da parenti e amici che, infastiditi da questo comportamento ligio alle regole, e forse punti d'invidia, assumono un atteggiamento disfattista. “Ma chi te lo fa fare... Sei così carina!... Ma dico, vuoi ammalarti? Andiamo, uno strappo alla dieta potresti concedertelo, di tanto in tanto...” Sono questi messaggi, associati alla paura dell'emarginazione sociale di cui è spesso vittima chi segue una rigida dieta, a rappresentare uno dei fattori più potenti di dissuasione inconscia per chi vuole dimagrire ma non può. La pressione sociale è sempre molto alta, e i tipi più deboli o meno dotati di amici sinceri e fidati, “mollano” spesso per evitare di ritrovarsi soli o di sentirsi oggetto di critiche e di sbeffeggiamenti.

SEI UNA BRUCIA-DIETE? ...ecco come GUARIRE

La “brucia-diete”, ovviamente, non sa di esserlo: per cui continua a cercare il professionista capace di confezionare la “cura miracolosa”: la dieta che senza sforzi risolva il problema della linea e le difficoltà nei rapporti con gli altri. Una tale ricerca è destinata a rimanere infruttuosa. Per la persona, però, è umiliante ammettere le proprie debolezze. Più facile, invece, è attribuire il fallimento alla dieta o al proprio organismo. “Ho un metabolismo tale per cui anche l'acqua mi fa ingrassare...”. Altro modo per scaricare le responsabilità: attribuirle allo stress. Un termine super abusato col quale si indica una generica reazione alterata dell'organismo psicofisico alle stimolazioni eccessive, che ingenerano tensione. “Sono troppo stressata!” dice la “brucia-diete” che vuole assolvere se stessa senza, però, accusare gli altri di incapacità o altro. Come uscire dal circolo vizioso?

Fissare con chiarezza motivi e obiettivo

Per prima cosa, è necessario rispondere con sincerità alla domanda fondamentale: “Perché voglio fare una dieta?”. In altre parole, è inutile prendere decisioni che scaturiscono da una motivazione falsa o molto fragile, destinata a sbriciolarsi alla prima difficoltà. Seguire una dieta è un impegno a volte gravoso: se non si parte col piede giusto, e se non si è consapevoli di ciò che si fa e perché lo si fa, è inutile cominciare. Altrettanto importante è avere ben presente un obiettivo realistico: non il raggiungimento del “peso ideale”, che richiederebbe sforzi e rinunce di livello estremo; bensì entrare nel raggio di qualche chilo attorno al peso ideale o, meglio ancora, scendere al di sotto di un “limite massimo” di peso. Se si conseguirà un successo che vada oltre questo risultato, tanto di guadagnato...

CERCARE UN SOSTEGNO PSICOLOGICO


Anche se la decisione nasce dal bisogno effettivo e consapevole di dimagrire, e se la motivazione di base è sufficientemente forte, è ugualmente difficile portare avanti un progetto di dimagrimento. Se sono tante le diete già “bruciate” senza alcun risultato, è bene affidarsi a un esperto esponendo con franchezza le difficoltà già sperimentate in passato nell'affrontare un regime alimentare. L'inconsapevole rifiuto a dimagrire a volte nasce da esperienze anche lontane e ormai dimenticate, per cui la diete viene oggi identificata con un evento negativo, spiacevole o addirittura pericoloso (per esempio, c'è chi non riesce a dimagrire perché associa la perdita di peso a una condizione di malattia fisica). Attraverso una serie di colloqui con il dietologo, è possibile analizzare e superare questi blocchi emotivi e soprattutto instaurare un rapporto di fiducia.


EVITARE LE “DISTRAZIONI”

Le quantità di cibo indicate dalla dieta sono soggette a inconsapevoli variazioni, se la persona al momento del pasto si dedica ad altre forme di attività che, normalmente, con l'alimentazione non centrano nulla. Particolarmente distraenti e nocivi sono quei comportamenti di per sé piacevoli e coinvolgenti, come: guardare la TV, leggere il giornale, discutere animatamente, lavorare. In tali condizioni è facile perdere il controllo quando ci si alimenta. L'atto di mangiare invece, esige attenzione e concentrazione, contesto appropriato e orario costante; e non solo da parte di chi si mette a dieta.

Chiedere aiuto agli altri

Se la persona si considera in partenza debole e soggetta alle influenze (negative) del gruppo di parenti e amici, può anticipare questo tipo di difficoltà e chiedere agli altri che le diano una mano. A volte, stimolare nel prossimo sentimenti di protezione e di alleanza può risultare la carta vincente, se si ha paura di esserne ostacolati. Allo stesso modo, può essere utile cominciare la dieta assieme a una persona che vive lo stesso problema: ci si aiuta a vicenda, si condividono difficoltà e rinunce, e si è stimolati da una benefica e sana competitività (per cui nessuno dei due vorrà sentirsi inferiore all'altro e “mollare” per primo).

Tenere un diario alimentare

Per capire se le difficoltà di dimagrimento sono legate a un comportamento alimentare errato (a volte, infatti, si trasgredisce e si fanno piccole variazioni alla dieta senza accorgersene) è opportuno tenere un diario alimentare che consenta di mantenere il controllo della situazione. Su un quaderno va annotato giornalmente l'orario in cui si mangia, la quantità di cibo ingerita, il luogo in cui si consuma il pasto e le persone presenti in quella circostanza. Perché il diario sia più efficace è opportuno registrare anche i pensieri e le emozioni provate nel momento in cui si mangia; soprattutto, quando la fame insorge “fuori orario” ed è determinata da stimoli di tipo emotivo. Sarà facile, così facendo, individuare le situazioni e gli stati d'animo (e quindi i bisogni psicologici) a cui è legata ogni singola trasgressione. Sarà opportuno, poi, progettare modi alternativi per placare la fame emotiva senza far “saltare” il bilancio calorico.

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